Fra i programmi della Fondazione rientra la custodia e la valorizzazione del Palazzo Rossi, il riordino e la digitalizzazione dell’Archivio, e la manutenzione della Biblioteca.
La Casa
Palazzo Rossi, imponente edificio posto ad angolo tra le maggiori vie di Canosa di Puglia, è riconosciuto come importante esempio di dimora signorile ottocentesca e come tale dichiarato di importante interesse storico-artistico dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ai sensi del D.L.vo 42/2004 con D.M. 14-3-2007.
Consiste in un corpo residenziale principale, provvisto di giardino interno, cinto da corpi rustici minori, sorto nel XIX secolo su un terreno adibito in precedenza a mansioni agricole e di vinificazione. Fu eretto, come prestigiosa residenza di un’unica famiglia, da Fabrizio Rossi e poi dal figlio Nicola nel 1837, e portato infine a compimento nelle forme attuali nel 1870.
È un solido ed austero edificio, con due piani fuori terra e uno sottostante, nel quale trovano posto gli ambienti destinati alle riserve idriche (neviera, cisterne) e alimentari (cantine, depositi); un ammezzato accoglie gli ambienti riservati alla servitù, alle cucine, alla lavanderia.
Una notevole struttura di travi lignee, raro lavoro di carpenteria, costituisce il sottotetto, coperto a falde multiple in coppi. Il prospetto, con spigoli evidenziati e cornicione di terminazione su mensole, è bipartito in orizzontale; al piano terra, con paramento in pietra locale, si aprono accessi ad arco ribassato che fiancheggiano simmetricamente il portone centrale, centinato, ottima e originale opera di falegnameria. Al piano nobile si susseguono balconi su mensole in pietra modanata, con ringhiere in ferro battuto ed epistili alternativamente a timpano curvilineo e cuspidato.
Alla severa compagine esteriore, ispirata con estrema sobrietà e profondo senso del decoro al gusto neoclassico delle realizzazioni di epoca murattiana del capoluogo barese, fanno riscontro l’accuratezza formale e l’elegante sontuosità dell’interno, l’arcuato androne luminoso, il cortile basolato e scoperto su cui affacciavano le scuderie e le rimesse. Una duplice monumentale scala in pietra, impostata su una coppia di antiche colonne romane di recupero conduce al piano nobile, composto da ventuno ambienti, tra i quali si segnalano il salone delle feste, i salotti, la biblioteca, l’archivio di famiglia.
Le stanze hanno conservato gli assetti originari, negli infissi laccati e negli stucchi, nelle vetrate, nelle specchiere, nella piccola cappella, negli arredi e, soprattutto, nelle volte dipinte, opera eccellente di artisti rinomati nella decorazione quali i pittori Palumbo e Paloscia, le cui scenografie ritraggono trionfi floreali, scene mitologiche, ritratti, paesaggi, trompe l’oeil, allegorie.
Riferimenti bibliografici:
Accolti Gil, Biagio [1979], Soffitti della fantasia, (Bari: De Luca Editore)
Cristallo, Michele [1994], Palazzi di Puglia, (Bari: Adda Editore; pp. 146-153)
D’Agnelli, Francesca Maria [2005], “Palazzo Rossi e palazzo Casieri a Canosa. Contributi al catalogo di Gaetano Paloscia”, in AA. VV., Canosa. Ricerche storiche 2005 (Fasano: Schena Editore, pp. 217-244)
Riferimenti catastali:
Canosa di Puglia (BT), Italy, Fg.88, part.1049.
L’Archivio
L’Archivio Rossi comprende una ampia documentazione di varia natura delle attività della famiglia Rossi, a partire dai primi anni del Settecento e fino ai giorni nostri. L’Archivio rappresenta un esempio di un qualche interesse di una dinamica familiare in cui le biografie dei singoli e l’evoluzione dei loro patrimoni personali – così come desumibili da atti di compravendita e donazione, dalle doti maritali, dalle disposizioni testamentarie – si fondono e si identificano con le vicende delle attività economiche che a quegli individui hanno fatto capo. L’Archivio si presta quindi per indagini capaci di affiancare la storia dell’imprenditoria con la storia d’impresa, per investigare fra l’altro quel “passaggio dal negozio alla terra” diffuso, fra l’altro, proprio nella Terra di Bari.
Fra i programmi della Fondazione rientra il riordino e la digitalizzazione dell’Archivio.
Riferimenti bibliografici:
Masella, Luigi [1988], “Il privato, il locale, lo Stato. Breve storia dei Rossi a Canosa di Puglia”, in Meridiana, (no. 2, pp. 56-69)
Masella, Luigi [1989], “La difficile costruzione di una identità (1880-1980)”, in Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità a oggi. La Puglia a cura di Luigi Masella e Biagio Salvemini (Torino: Einaudi, 281-438)
Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Ufficio Centrale per i Beni Archivistici [1998], Archivi di famiglie e di persone. Materiali per una guida (Roma: Istituto Poligrafico dello Stato e Zecca dello Stato, pp. 264-265)
Rossi, Antonio [2005], Deportato no. 5.500 (Fasano: Schena Editore).
Ritrovato, Ezio [2010], “L’archivio Rossi di Canosa: da carte familiari ad archivio d’impresa”, in AA. VV., Canosa. Ricerche storiche 2009 (Martina Franca: Edizioni Pugliesi, pp.1083-1088)
Rossi, Fabrizio [2011], “Grand Tour”, in Patria mia. Scritture private nell’Italia unita, a cura di Massimo Baione) Bologna: Il Mulino, pp. 169-198)
La Biblioteca
La biblioteca della fondazione, interamente collocata all’interno del Palazzo Rossi in Canosa, raccoglie oltre diecimila volumi. Come biblioteca privata di Antonio e Marietta Rossi, non è soltanto una collezione di libri, ma è un viaggio attraverso il tempo e le passioni dei suoi due proprietari.
Il nucleo più antico è composto da testi in prevalenza giuridici e filosofici, di proprietà della intera famiglia Rossi in origine. Questo si è negli anni esteso con i libri scelti e raccolti con passione da Antonio Rossi, a partire dal rientro in patria dopo la sua esperienza di prigionia: molte opere di carattere storico, che raccontano l’Italia del XX secolo, testi di letteratura e poesia, italiana, europea e americana, classiche e moderne.
La biblioteca, ricca anche di note di lettura dei suoi proprietari, racconta fedelmente questa nuova apertura al mondo, alimentata dalla fede in una nascente Europa unita; e allo stesso modo è specchio della vivacità intellettuale della borghesia colta dell’epoca e più in generale del rapporto con la cultura cui questa borghesia, immersa nelle trasformazioni dell’Italia del secondo dopoguerra, teneva in altissima considerazione.